Processi lumaca

Durata dei processi

Arrivano i primi risarcimenti per i cittadini di Nicodemo Massimiliano

La L. 24 marzo 2001, n. 89 (c.d. legge Pinto) ha introdotto in Italia il principio della riparazione delle violazioni dell’art. 6 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, con riguardo al tema della tutela giurisdizionale.

Finalmente, anche nel nostro Paese, viene riconosciuta la necessità di assicurare l’osservanza di un termine ragionevole di durata dei processi, siano essi civili, penali o amministrativi.

Le vittime delle cause lumaca possono, quindi, essere risarcite (in tempi mediamente brevi) chiamando in giudizio direttamente lo Stato.

Diverse, ad oggi, sono le condanne già pronunziate.

Requisiti per l’azione:

La domanda di equa riparazione è proponibile se sussistono tre presupposti: 1) l’irragionevole durata del processo; 2) l’esistenza di un danno; 3) il nesso causale tra il primo e il secondo elemento.

1. La ragionevole durata del processo

Sul punto si sono affermate due posizioni.

La prima, dei giudici italiani, secondo cui la durata ragionevole del primo grado (decorrente dalla data del deposito dell’atto introduttivo) si attesterebbe sui tre-quattro anni, quella del secondo sui due anni, mentre quella dei successivi sarebbe solo di uno.

La seconda posizione, enunciata dalla Corte Europea, per cui sarebbe ragionevole, per il primo grado del rito, una durata contenuta nei tre anni (due anni e sette mesi per le cause di lavoro o di status), mentre per il procedimento complessivo una di 4 anni.

I giudici nazionali dovranno, comunque, attenersi ai canoni della Corte di Strasburgo.

2. Danno: prova, valutazione e liquidazione

Dalla violazione del termine ragionevole del processo può derivare sia un pregiudizio patrimoniale, sia uno non patrimoniale.

Il primo deve essere conseguenza immediata e diretta del fatto causativo. Per ottenerne l’equa riparazione occorre dimostrare sia il danno emergente, sia il lucro cessante patiti.

Il secondo – per espresso riconoscimento delle Sezioni Unite della Cassazione – non necessita di alcun sostegno probatorio.

Non spetta al ricorrente dimostrare di averlo sofferto, ma all’Amministrazione convenuta di non averlo cagionato nella circostanza.

In sostanza, l’autorità giudiziaria deve riconoscerlo e liquidarlo.

La stessa Suprema Corte nazionale ha precisato che i giudici italiani dovranno utilizzare i criteri elaborati da quella europea, non solo nella scelta dei parametri di quantificazione del ristoro del pregiudizio subito, ma anche per la formulazione di schemi o griglie di valutazione della durata del procedimento.

I principi cui uniformarsi sono i seguenti.

1) Il numero di anni attraverso cui si dipana la causa sotto esame deve calcolarsi nel suo complesso e non limitatamente al lasso temporale che esorbita quello considerato congruo.

2) Per ogni anno di durata (quando il giudizio non si chiude nel termine riconosciuto ragionevole) l’entità del risarcimento varia da 1.000,00 a 1.500,00 euro, a prescindere dall’esito della lite per la parte ricorrente (vittoria, soccombenza o conciliazione).

Il risultato base del calcolo può essere incrementato di un ulteriore ammontare (fino a 2.000,00 euro) in relazione all’importanza della materia oggetto del contendere (diritto del lavoro, stato e capacità delle persone, pensioni, procedure particolarmente gravi in relazione alla salute o alla vita delle persone), oppure ridotto in relazione al numero dei gradi di giudizio, al comportamento tenuto dalla parte ricorrente o alla scarsa importanza del valore in gioco.

Soggetti legittimati

Può ricorrere presso le Corti italiane per ottenere l’indennizzo del danno chiunque nel processo abbia assunto la qualità di parte. Il diritto all’equa riparazione è esercitabile, infatti, a prescindere da quello che sia l’esito della lite che si è protratta nel tempo.

E’ riconosciuto anche agli eredi degli originari aventi causa.

Termine e condizioni

La domanda può essere proposta dinanzi alla Corte di Appello, in pendenza del procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata, o, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione che conclude il rito medesimo sia divenuta definitiva.

Di recente, tuttavia, la Corte di Cassazione italiana ha espresso un diverso orientamento, e fatto coincidere il dies a quo rispetto a cui calcolare il termine di 6 mesi con il momento in cui la sentenza (che conclude il procedimento interno incriminato) non sia più impugnabile.

La Corte di Appello investita non deve essere quelle che insiste sul territorio del circondario del Tribunale presso il quale si è instaurato il giudizio lumaca.

COMMENTO DI FERNANDO:Ritorna prepotentemente d’attualità la legge 89 del 2001, denominata comunemente legge “Pinto”, con cui il legislatore ha introdotto nel nostro ordinamento giuridico uno strumento che consente un’equa riparazione a chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto della violazione dell’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali (CEDU), che riconosce ad ogni persona il diritto “a che la sua causa sia esaminata… entro un termine ragionevole”. Ho ritenuto utile riportare su questo sito quanto pubblicato dal collega, Avv. Nicodemo Massimiliano. Le vittime dei processi lumaca possono essere risarciti chiamando in giudizio direttamente lo Stato. Per il testo di legge: http://www.unilink.it/cedu/media/GuidaPinto.pdf



Categorie:Cronaca e Attualità

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