Carlo Vulpio: i silenzi su Taranto

Carlo Vulpio e i silenzi su Taranto

Fonte: sito Idv


Pubblico un intervento di Carlo Vulpio, giornalista e candidato indipendente nelle liste dell’Italia dei Valori alle elezioni Europee del 6 e 7 giugno. Carlo è entrato in politica per rappresentare nelle istituzioni la voce libera dell’informazione, i cittadini ed i colleghi che credono in questo valore.

Testo dell’intervento

Oggi vi raccontiamo una cosa che probabilmente, ancora per molto tempo, non leggerete su nessun giornale, che non ascolterete su nessuna televisione e su nessun canale radio. Vi parleremo di un fatto che, invece, una informazione libera e responsabile dovrebbe titolare a nove colonne sulle sue prime pagine o dovrebbe dare come prima notizia nei telegiornali e radiogiornali. Oggi noi vi parleremo di Taranto.
Taranto, si è scoperto qualche tempo fa, è la città più inquinata d’Europa per emissioni industriali.

Taranto produce il novantadue per cento della diossina italiana.

Taranto è ammorbata da sostanze cancerogene teratogene come gli idrocarburi policiclici aromatici come il mercurio, l’arsenico, il piombo, tutte sostanze che vengono dalle sue principali industrie che non sono industrie di poco conto, ma sono industrie che si chiamano Ilva, la più grande acciaieria d’Europa, si chiamano Eni e la sua raffineria, che si chiamano Cementir, laddove si produce cemento. Queste tre industrie, che sono le più grandi, oltre che ammorbare Taranto e a contribuire in maniera pesante all’aumento dei tumori, delle malattie leucemiche, quindi ad uccidere i tarantini come mosche, non pagano l’Ici al comune di Taranto fin dal 1993, anno in cui l’imposta comunale sugli immobili venne istituita per Legge.
L’Ilva, per esempio, ne paga solo una parte, circa tre milioni e mezzo, l’Eni non paga circa sette milioni di Ici ogni anno, la Edison, altra industria, non paga due milioni e duecentomila euro l’anno di Ici. Poi c’è la Cementir che non paga circa centomila euro l’anno, ma questa somma, rispetto alle altre, rischia soltanto di apparire una multa un pochino più salata. In quindici anni, fino al 2007, tutte queste industrie non hanno pagato complessivamente centosettantadue milioni di Ici fra imposte, interessi e sanzioni.
Questo significa che ogni tarantino ha pagato ottocentodieci euro a testa, quello che potremmo tranquillamente chiamare il “pizzo” che la città di Taranto ha pagato a questi, diciamo, nuovi Casalesi?
Le cose sconvolgenti sono due: la prima che questa Ici non verrà più pagata per il suo ammontare perché dieci anni, dal 1993 al 2002, sono coperti dalla prescrizione, cioè di questi 172 milioni, all’incirca 120 milioni, non potranno più entrare nelle casse del comune di Taranto.
La seconda cosa sconvolgente è che per la prima volta, dopo quarantotto anni, la nuova giunta comunale che si è insediata a Taranto diciotto mesi fa, anche per merito di un nuovo assessore, una signora che si chiama Fischetti ,che è un tecnico prestato alla politica proveniente dall’Agenzia delle entrate, ha disposto assieme al sindaco Stefàno un accertamento fiscale.
Ma ci viene da ridere, scusate, perché abbiamo scoperto che questa è la prima ispezione fiscale che ha subito l’acciaieria più grande d’Europa in cinquant’anni ed è la prima ispezione fiscale che hanno subito anche le altre industrie di cui stiamo parlando.
Noi abbiamo anche scoperto che questo è accaduto per una ragione molto semplice: fino all’anno scorso, il servizio dell’Ici è stato appaltato a una società di Taranto che si chiama Emmegi s.r.l., che sta per Mimmo Greco, titolare di questa società, che simpaticamente a Taranto chiamano il papa. Questa società ha riscosso per conto del comune l’Ici. Come mai non ha fatto nessun controllo? Questa è una bella domanda che tutti dovremmo porci, perché intanto l’Ici è una tassa che si autocertifica, quindi cosa facevano queste industrie? Autocertificavano l’Ici che passavano alla società che aveva appaltato il servizio e che questa, a sua volta, girava pari pari al comune di Taranto.
Mai nessun controllo e poi si scopre, per la prima volta, che vi è questo grande ammanco.
Un’altra cosa molto grave è che la città di Taranto è il comune che ha fatto registrare in tutta la storia d’Italia il più grande buco finanziario: ha dovuto dichiarare fallimento per l’astronomica cifra di un miliardo e duecento milioni di euro.
Voi capite bene come, andando a scovare fatti come questo, si capisce un po’ meglio perché un comune fallisca.
Tutto questo è davvero allarmante, però noi abbiamo voluto dirvelo perché io, facendo il giornalista, ho scritto un’inchiesta su tutto questo, e sto aspettando, d’accordo col mio giornale, che l’inchiesta venga pubblicata. Non credo che ci saranno ragioni per non pubblicarla, però siccome l’interesse pubblico di questa cosa è molto alto e siccome questo servizio è già da tempo realizzato, è stata una bella idea quella di venire qui con Daniele, che in questo momento mi sta inquadrando e sta ascoltando le cose che io dico, sotto il cavallo della Rai, perché questo splendido esemplare di equino possa correre e sbizzarrirsi libero per i prati, come dovrebbe essere l’informazione pubblica, a cui tanto noi teniamo, compresi i nostri colleghi direttori dei telegiornali della Rai, Mediaset e di La7, che tutti quanti insieme potessimo un giorno raccontare al mondo com’è che Taranto, che è in Italia e in Europa, sia la città più inquinata d’Europa per emissioni industriali e com’è che soltanto a Taranto vi possa essere un quartiere come il Tamburi, chiamato il quartiere dei morti che camminano, perché l’esempio di un sobborgo industriale di una città sulla quale poi è sorta l’industria come neanche, forse, in Pakistan accade non è una mia battuta.
Sono sicuro che questa storia la ascolterete nei telegiornali, la vedrete sui giornali e la sentirete anche in radio.

Taranto dopo il dissesto, intervista a Enzo Stefàno

Fonte: sito Idv

Pubblichiamo il video ed il testo dell’intervista, realizzata dal nostro inviato, ad “EnzoStefàno, sindaco di Taranto, che ha rinunciato allo stipendio da primo cittadino per risolvere i problemi della sua città e per testimoniare che la politica dev’essere al servizio dei cittadini e non per servirsi dei cittadini.

Testo dell’intervista

D.Martinelli: Enzo Stefano è sindaco di Taranto. Dopo la nota vicenda del crack comunale, un dissesto da oltre un miliardo di euro, lei ha rinunciato ufficialmente allo stipendio di primo cittadino per cercare di risolvere i problemi della città, che sono tanti. Tra l’altro l’Ilva, primo contribuente, non paga l’Ici da tredici anni. Che situazione si sta vivendo a Taranto?
E.Stefàno: Aver rinunziato all’indennità da sindaco è sì per dare qualche piccola risposta, naturalmente, ai problemi della città di Taranto, ma soprattutto e fondamentalmente per essere vicino alla sofferenza della città e testimoniare che la politica dev’essere al servizio dei cittadini e non servirsi dei cittadini. Questa piccola azione ha permesso di instaurare un rapporto di grande colloquio a livello morale con i cittadini, che hanno compreso. E questa comprensione ha fatto sì che i cittadini di Taranto hanno potuto sopportare i tanti diritti negati sapendo che il buio sarebbe passato in fretta. Infatti è stato così perché da un’analisi attenta, su quanti contribuivano a pagare correttamente le tasse della città, siamo riusciti a far entrare molte energie nel comune di Taranto, tanto è vero che gli introiti sono aumentati di quattordici volte. Abbiamo anche posto molta attenzione agli sprechi, tanto è vero che in rapporto al 2005 il comune di Taranto, questa amministrazione, nel 2008 ha risparmiato venti milioni di euro, che sono stati trasformati in servizi a favore dei cittadini.

D.Martinelli: Scusi, ma l’Ilva paga l’Ici o no?
E.Stefàno: L’Ilva adesso paga adeguatamente l’Ici, tanto è vero che ogni anno pagherà in più di quello che pagava, un milione e quattrocento mila euro.

D.Martinelli: E com’è potuto accadere che per così tanti anni ha evaso questa imposta comunale?
E.Stefàno: Non era stata fatta una attenta analisi, come noi invece abbiamo preteso dagli uffici, e siamo contenti perché non abbiamo agito contro nessuno, ma abbiamo agito con trasparenza guardando tutti nella stessa maniera.

D.Martinelli: Parliamo un po’ della crisi occupazionale. Taranto, un po’ come tutte le città del Sud come al Nord, vive il problema. Per carità, visto che non si sta molto meglio, lei che è primo cittadino come vive questa situazione con i cittadini che sicuramente le chiederanno aiuto e si presenteranno in Comune per chiedere aiuto?
E.Stefàno: Certamente. Taranto in tutto questo è una vittima privilegiata perché se pensiamo che ci sono diecimila operai in cassa integrazione sommati alla disoccupazione che già faceva paura, certamente i bisogni aumentano e quindi c’è particolare sofferenza. Ci siamo adoperati guardando anche all’aspetto sanitario, perché almeno vogliamo che almeno per la sanità finisca l’immigrazione verso il Nord. Abbiamo chiesto alla Regione, e ottenuto, reparti di alta specializzazione come la cardiochirurgia, che mancava nella nostra città e che nel giro di un anno ha salvato migliaia di vite umane e ha permesso alle tante famiglie di non emigrare almeno per questo. Abbiamo avviato una campagna di prevenzione dei tumori, in modo tale che le persone non debbano andare fuori dalla nostra città. Abbiamo posto attenzione al problema casa. Siamo riusciti a risolvere inventando, abbiamo cioè dato temporaneamente gli alloggi dei custodi nelle scuole, dove mancava il custode, abbiamo dato alle famiglie bisognose, in maniera temporanea, in modo tale di permettere loro di avere almeno un tetto. E con tante iniziative abbiamo la serenità di sapere che nella nostra città non ci sono persone che non hanno casa, e non ci sono persone che non hanno la possibilità di mangiare.

D.Martinelli: In molti comuni italiani ci si lamenta perché nel patto di stabilità non è possibile utilizzare i fondi che i comuni dispongono per poter fare opere pubbliche. A Taranto com’è la situazione?
E.Stefàno: Noi abbiamo grandi necessità ma come abbiamo detto prima, risparmiando, quello che non dipende da noi non possiamo dare risposte, però per tutto quello che dipende da noi lo stiamo facendo. Stiamo risparmiando anche nei lavori che il comune sta portando avanti trattando e controllando quello che gli imprenditori ci chiedono. Faccio un esempio: per il riscaldamento delle scuole che improvvisamente si era guastato durante il periodo invernale, ci era stato chiesto da alcune imprese circa cinquecentomila euro per rimetterli in moto, li abbiamo invece riattivati con ventinovemila euro. Un’attenzione oculata perché quello che risparmiamo lo dobbiamo ridare ai cittadini.

D.Martinelli: Due battute ancora per chiudere sulla sua esperienza di sindaco e di come sta vivendo il suo rapporto con i componenti della giunta comunale, che si ritrova a guidare.
E.Stefàno: Devo dire che una certa mentalità politica del passato di dire che cosa spetta a quel partito, in alcune persone ancora rimane, ma abbiamo dato dimostrazione concreta di non ascoltare queste richieste e di mantenere fermo l’impegno con i cittadini. Noi lavoriamo per i cittadini e quando non saremo più in grado di onorare questo impegno, siamo disposti ad andare a casa.

D.Martinelli: Perché lei oggi qui su questo palco dove c’è stato Antonio Di Pietro?
E.Stefàno: Perché si parla di legalità e siamo in prima fila a portare questa battaglia, onorati di farlo insieme a Italia dei Valori.

Occupiamoci dell’informazione

DAL BLOG DI ANTONIO DI PIETRO, SI RIPORTA:


Pubblico il video ed il testo dell’intervista a Clementina Forleo e Carlo Vulpio, realizzata dal nostro inviato, sul tema dell’informazione.

Alle elezioni europee di giugno torniamo in Europa, con l’informazione vera.

Testo dell’intervista

Claudio Messora: Oggi andiamo a Catania. L’occasione è quella della presentazione del libro “Roba Nostra”, dello scrittore giornalista Carlo Vulpio, che ha pagato a caro prezzo la sua determinazione nel non lasciarsi imbavagliare circa le indagini denominate Why Not e Poseidon. Ha pagato con la rimozione dal suo incarico presso il Corriere della Sera, il giornale diretto da Paolo Mieli dove lavorava. Oggi Carlo Vulpio si candida da indipendente nelle liste dell’Italia Dei Valori per le prossime elezioni europee.

Carlo Vulpio: Mi è stata proposta questa candidatura da indipendente affinchè continuassi a fare, con un impegno politico diretto, un lavoro da indipendente, che era quello che facevo fino a qualche settimana fa, per il giornale dove lavoro. Adesso sono in aspettativa perchè ho accettato questa candidatura, che è appunto indipendente perchè nessuno mi ha chiesto nulla in cambio, se non l’impegno a portare un valore che in Italia è un valore scarso, quello della libertà di informazione che non è garantita, quello di un’informazione vera che è un valore non ancora garantito e che ci vede collocati negli ultimi posti in Europa e nel mondo.

Claudio Messora: All’incontro partecipa anche Clementina Forleo, un magistrato che a sua volta ha pagato a caro prezzo la sua determinazione nel portare avanti il caso dei “Furbetti del quartierino”, che coinvolgeva tra gli altri anche Fassino e D’Alema.
Per ogni cittadino italiano uno dei diritti fondamentali è partecipare alla vita politica della polis decidendo attivamente leggi e regole comuni. Sembra però che oggi ci sia qualcuno che contesta che questo diritto possa applicarsi anche ad un magistrato.”

Clementina Forleo: Un magistrato, come tutti i cittadini, può scendere in politica, e può fare della sua esperienza un patrimonio fondamentale per partecipare attivamente alla politica, intesa con la ‘P’ maiuscola. Ritengo però che nel momento in cui un magistrato decida di scendere in campo, debba essere necessariamente una scelta irreversibile, non può tornare a prendere la toga perchè ne verrebbe intaccata la sua immagine di imparzialità e indipendenza. Questo è un principio che io ho sempre affermato. Devo dire che mi meraviglia che solo alcuni giorni fa, con la discesa in campo di Luigi de Magistris, il problema sia stato sollevato da vertici della magistratura quali Nicola Mancino, e si sia gridato allo scandalo da parte di grossi esponenti della politica e del giornalismo. Ritengo che queste persone abbiano poca memoria e che questa discesa in campo sia pericolosa.

Carlo Vulpio: Le parole sono importanti, e con le parole ci imbrogliano. Un esempio è questo continuo utilizzo della parola legalità, trasformata immediatamente in giustizialismo. Cioè chiunque di noi, chiunque di voi chieda l’applicazione della legge per quel famoso Articolo 3 della Costituzione, perchè ritiene che la legalità è il potere dei senza poteri, per ciò stesso evocherebbe un intervento giustizialistico, un dispiegamento di forze giustizialiste che godono al tintinnar di manette. Ecco il primo imbroglio.
Noi che stiamo qui a parlare adesso, siamo dei sovversivi. Se venisse qualcuno di questi tempi in Italia ad osservare un incontro di questo tipo e avesse sentito l’intervento della dottoressa Forleo, dedurrebbe che qui si sta lavorando alla costruzione di un covo di sovversivi, perchè si sta addirittura ponendo il problema della vigenza dell’articolo 3 della Costituzione. Niente di meno! Io l’altro giorno ho letto sul mio quasi ex giornale una filippica contro l’articolo 3 della Costituzione, e piano piano mi andavo convincendo che effettivamente anche io fossi dalla parte dei sovversivi, laddove arrivato al commento dell’articolo 3, secondo comma, della Costituzione, cioè quello che materialmente dovrebbe rimuovere gli ostacoli che si frappongono ad un’uguaglianza effettiva, diceva il commentatore di cui non farò il nome per non fargli pubblicità, che era troppo generico quest’articolo 3 della Costituzione, era troppo ampio, era troppo! E’ fondamentale questo passaggio. Si comincia così. Si comincia a gettare il sasso nello stagno. Si comincia con il grande giornale, il grande commentatore magari un tanto al chilo, che propone un articolo di questo tipo, si dice tecnicamente ‘detta l’agenda’, detta l’agenda politica, del dibattito pubblico, e una volta dettata l’agenda le pecore, il pubblico, l’opinione pubblica che non esiste, è un’invenzione, l’opinione pubblica non c’è, segue.
E’ proprio internet, è proprio la rete che in qualche maniera ci ha salvati. Ha salvato quelli come noi: giornalisti, magistrati, lavoratori comuni che non avrebbero più potuto far sentire la loro voce, sarebbero entrati definitivamente in un cono d’ombra, se non ci fossero stati i blogger, i blog, il cosiddetto popolo della rete. E grazie alla rete si è formata un’opinione pubblica nuova, con caratteristiche totalmente inedite, che ovviamente hanno allarmato i tradizionali poteri, anche quelli che editano i giornali. Se una nuova opinione pubblica si forma sulla rete, e se la rete ci salva, allora la rete diventa pericolosa. Se la rete non ci fosse stata noi non avremmo potuto parlare adesso, così, a centinaia, migliaia, milioni di persone, e probabilmente le nostre storie sarebbero state storie eccellenti, ma sarebbero deperite in questa loro eccellente solitudine.

Clementina Forleo:Io credo che se siamo qui, se siamo qui questa sera a parlare di queste cose, che poi sono i temi fondamentali del libro Roba Nostra, è perchè ci sentiamo un poco intrappolati, perchè purtroppo la trappola, senza accorgercene, è scattata sulle regole, sulla democrazia, sulla legalità, sulla giustizia, sull’etica… cioè è scattata su quelli che dovrebbero essere i termometri di una democrazia moderna. E allora dobbiamo cercare di evitare di fare la fine appunto di quel famoso topolino di un altrettanto famosa metafora, il quale appunto preso in una trappola, ai suoi amici intenti a liberarlo diceva che non si lamentava poi della trappola, ma si lamentava della cattiva qualità del formaggio. E allora leggendo i giornali, soprattutto negli ultimi tempi, io ho paura appunto di questo, del fatto che ci stiamo convincendo che tutto sommato stiamo meno male di quanto si può stare.
La rete ci salva e ci salverà. Io fino a poco tempo fa avevo una speranza. Avevo la speranza che alcune testate conservassero dei margini di libertà. Purtroppo mi sono resa conto che anche in questo campo sono stata un po’ ingenua, e che ultimamente le testate più libere si sono un po’ asservite, probabilmente perchè i tempi sono difficili e bisogna assecondare i poteri forti, dove per poteri forti in questo caso intendo i potentati economici e politici che sorreggono le grosse testate. Quindi i blog, internet e la rete, nell’immediato quanto meno (mi auguro che nel medio e lungo termine le cose possano cambiare) sono destinati a sostituire la classica informazione, che è un’informazione deviata, un’informazione deviante, un’informazione che non ci passa le cosiddette notizie.

Carlo Vulpio: In Italia siamo, per libertà di informazione, agli ultimi posti in tutte le classifiche europee e mondiali. Questo non è un fatto grave in sè, è un fatto grave perchè attraverso l’informazione che è uno snodo strategico, passano mille altre cose, alcune delle quali fondamentali per il destino di un paese. Pensate a come è stata trattata la giustizia.

Clementina Forleo:Sul caso Salerno – Catanzaro, per esempio, è stata forse volutamente fatta passare l’opinione, attraverso un’informazione non sempre fedelissima, l’idea di questo scontro, di questa guerra tra Salerno e Catanzaro. A mio avviso non si è trattato di uno scontro, perchè uno scontro presuppone due corpi in movimento. In questo caso Salerno aveva legittimamente, come è stato appurato dal Tribunale del Riesame, disposto una perquisizione e un sequestro di atti nei confronti appunto di Catanzaro. Catanzaro non poteva replicare con un contro-sequestro per il semplice motivo che i reati ipotizzati da Catanzaro dovevano essere denunciati all’autorità competente, cioè appunto un’altra autorità, perchè evidentemente i magistrati di Catanzaro non potevano autodifendersi. Quindi non tanto la politica ma la stessa magistratura ha voluto consgnare al potere dei magistrati che stavano facendo onestamente il proprio lavoro e avevano toccato, come aveva toccato poi in fondo Luigi de Magistris, dei nervi scoperti che toccavano anche lo stesso potere giudiziario in Calabria, e che avevano aperto uno squarcio sul terzo potere dello Stato, e che poteva poi far saltare dei nervi anche in altri territori dello Stato.

Carlo Vulpio:Pensate a come è stata trattata l’economia, pensate a come è stato trattato il lavoro dall’informazione. Un’informazione addomesticata, un’informazione orientata non serve. Per entrare davvero in Europa noi abbiamo bisogno di una informazione a livelli europei. L’Italia ai livelli europei, da questo punto di vista, non è ancora arrivata.

Tutto quello che accade nella sfera pubblica è affare nostro. Se noi non ce ne occupiamo, qualcun altro farà in modo di occuparsene al posto nostro.

NOSTRO COMMENTO: Bravo Vulpio! E’ bene che i cittadini sappiano! Fate girare questi video!



Categorie:Politica

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