UE: non toccate quei Trattati.

UE: non toccate quei Trattati. La domanda senza risposta del The Economist

di Federica Agostini – 26 Apr 2013

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 trattatiSentiamo spesso parlare di modifiche ai trattati Europei, alcune sembrano essere necessarie, altre pericolose, molte impossibili. Cosa c’è dietro tanta reticenza e perché l’integrazione Europea è diventata d’un tratto così difficile? È questo ciò che si domanda il The Economist soffermandosi sul delicato caso tedesco.

Di tutti i possibili percorsi dell’UE ce n’è uno, l’unione bancaria, che non richiederebbe modifiche ai trattati, eppure…

Non toccate quei Trattati

Proprio come Lord Voldemort della saga di Harry Potter, le “modifiche ai trattati” sono un’idea così terrificante che la maggior parte degli Eurocrati preferisce non parlarne. Così, quando Wolfgang Schaeuble, ministro delle finanze tedesco, ha recentemente dichiarato l’esigenza di una modifica ai trattati per venire a capo alla crisi, Bruxelles ha sussultato. Cosa intende fare la Germania? Non sarà certo una coincidenza che lo stesso week end, l’inglese David Cameron abbia fatto visita a Berlino per discutere con Angela Merkel della possibilità di riformare l’Unione Europea.

C’è stato un momento in cui qualsiasi modifica ai trattati era proposta soltanto dagli entusiasti, per una Europa ancor più unita. Successivamente, piccole modifiche sono state apportate per soddisfare l’attaccamento tedesco alla legge. Ad oggi, quelli inclini all’idea di modificare i trattati intenderebbero piuttosto rallentare il processo di integrazione, come la Germania, oppure sovvertirlo, come il Regno Unito.

Ai cittadini? Meglio non chiederlo

Anche prima della crisi, i negoziati senza fine per le modifiche al libro delle regole UE avevano già raggiunto il limite. L’ultima grande riscrittura ha impiegato buona parte di un decennio: il trattato costituzionale respinto dagli elettori francesi e olandesi nel 2005 e il suo successore, il Trattato di Lisbona, sono stati sottoposti all’elettorato irlandese per ben due volte prima di essere approvati. Oggi, anche presupponendo che debitori e creditori in Europa possano mettersi d’accordo, qualsiasi revisione ai trattati sarebbe un invito al disastro. Buona parte dell’Eurozona vive un periodo di profonda e prolungata recessione e i partiti Euroscettici stanno guadagnando favori tanto al Sud, quanto al Nord.

La zona Euro è intrappolata tra i mercati volatili che richiedono l’aggiustamento dei meccanismi della moneta unica e i cittadini, molti dei quali sono ormai ostili al progetto Europeo che non sembra portare altro se non bailout e austerity. Per questo, i leader Europei faranno di tutto per evitare di sottoporre le modifiche ai trattati al parere degli elettori. La Banca Centrale Europea ha agito in maniera piuttosto autonoma per impedire la rottura dell’Euro; le regole UE sono state modificate entro (e oltre) i limiti dei trattati in vigore. I membri dell’Eurozona sono spinti da Bruxelles a ridurre il debito e riformare le proprie economie.

Detto questo, la Germania ha forzato la mano per due modifiche ai trattati quasi chirurgiche. La prima era per permettere la sostituzione dei fondi di salvataggio temporanei con il fondo permanente del European Stability Mechanism (ESM, che ha iniziato ad operare mesi prima che la modifica fosse firmata). La seconda comprendeva regole più severe sui bilanci (nonostante il tentativo del Regno Unito di bloccarla). A quel punto, la minaccia di perdere i fondi UE ha convinto l’elettorato irlandese ad appoggiare il fiscal compact al referendum.

Perché l’unione bancaria è così appetibile

Ad oggi, una modifica importante ai trattati viene allontanata quanto più possibile. Nell’ultimo anno i leader UE hanno bocciato la maggior parte delle proposte di riforma su lungo termine, come la mutualizzazione del debito, il bilancio dell’Eurozona o il rafforzamento dei poteri per influenzare le politiche economiche nazionali.

Al contrario, l’attenzione si è concentrata sul tema della “unione bancaria” che avrebbe dovuto affidare la vigilanza del settore e la gestione delle crisi alle autorità europee. L’obiettivo è quello di impedire ai supervisori nazionali di proteggere le banche e recidere una volta per tutte il legame tra banche problematiche e debito pubblico. Il fatto che la maggior parte di queste idee possa concretizzarsi senza modificare i trattati, ha reso il percorso dell’unione bancaria ancor più appetibile.

Ma non appena l’idea ha varcato i confini della Germania, è iniziata la battaglia della retroguardia. Le obiezioni giuridiche dell’ultima ora alla creazione di un supervisore unico sono state superate soltando dopo che i ministri delle finanze hanno dichiarato la disponibilità “costruttiva” ad un’eventuale modifica, laddove una revisione dei trattati avvenga per rinforzare la separazione tra i poteri monetari e le funzioni di supervisione della Banca Centrale Europea (BCE).

A questo punto, Schaeuble ha scavato la prossima trincea difensiva: la creazione di una “autorità” europea per la ristrutturazione e la liquidazione delle banche in difficoltà, ovvero l’ovvio compito di un supervisore, richiederebbe modifiche al trattato. Anche gli alleati più fedeli alla Germania, Finlandia e Paesi Bassi, sono rimasti sconcertati dalla contraddizione di spirito, se non letterale, dopo la richiesta, nel mese di dicembre, dell’istituzione di un “meccanismo” di risoluzione europeo.

Come interpretare il volere della Germania?

I tedeschi sostengono che non ci sia alcuna fretta nell’istituire un meccanismo di risoluzione europea, quando la creazione dei medesimi piani su scala nazionale dev’essere ancora approvata. E anche se i trattati prevedono la cessione di poteri di supervisione alla BCE, non fanno alcuna esplicita menzione di un corpo istituzionale che tratti con le banche al fallimento, più nel dettaglio non c’è alcun cavillo che coinvolga il denaro dei contribuenti. La Commissione Europea insiste che tale percorso sia invece compatibile con i trattati in vigore, anche se alcuni ammettono privatamente che la questione giuridica sia ancora aperta.

La visione caritatevole implica che la Germania sia semplicemente la più purista dei membri UE. La versione cinica, invece, porta a supporre che la Germania stia tentando di bloccare ogni mossa che comporti la condivisione dei rischi per le banche d’Europa, o almeno posticipare il tutto a dopo le elezioni federali di questo autunno. L’idea di Schaeuble andrebbe interpretata come una posizione iniziale, piuttosto che finale. C’è ancora spazio per indagare la distinzione tra l’idea della Commissione di “meccanismo” e la sua nozione di “rete” di enti nazionali.

Una domanda ancora senza risposta

La Germania ritiene che l’Europa non dovrebbe avere fretta nel modificare i trattati, ma non dovrebbe neanche aver paura di farlo.

Come Silente dice ad Harry Potter: “La paura di un nome non fa che incrementare la paura della cosa stessa“. Ma la tattica tedesca del cambiamento incrementale non funziona più e ogni modifica ai trattati non può rimanere minima.

Tale modifica sarà promossa da una parte dalla commissione, che promette di presentare proposte il prossimo anno che trasformeranno l’UE in una “federazione di stati nazionali“. Dall’altra parte, il Regno Unito ha già fatto sapere che utilizzerà qualsiasi cambiamento ai trattati per chiedere riforme o rinegoziare le relazioni con l’UE entro il 2017.

Il prezzo di qualsiasi ripartizione del potere inglese, tra l’altro appoggiato dalla Francia, potrebbe essere quello di una zona euro “core” sempre più integrata. Prima o poi, le modifiche ai trattati saranno necessarie e a quel punto la Germania dovrà rispondere alla domanda che da tempo, assieme ad altri colleghi, evita accuratamente: che tipo di unione vogliono, davvero? (Traduzione Italiana di Federica  Agostini   Fonte:the Economist)

   

 

 



Categorie:Economia, Politica

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