Perché l’euro non può andare bene per tutti. Il caso dell’Italia

Claudio Borghi a Bruxelles: perché l’euro non può andare bene per tutti. Il caso dell’Italia

Fonte e Link: Forexinfo.it

 Da: La solidarietà europea di fronte alla crisi dell’Eurozona

Di: Claudio Borghi Aquilini

Vorrei proporvi un breve viaggio, che parte da qui e finisce in Italia, il mio paese, e alla fine di questo viaggio spero diventerà chiaro che a volte ci sono matrimoni che è molto meglio non celebrare. Un brillante economista italiano, il professor Alberto Bagnai, ha scritto anche un romanzo breve: “Il romanzo di Hans Centro e di Maria periferia” prevedendo cosa potrebbe succedere in futuro se dovessimo insistere a mantenere questo impegno per troppo tempo, e le conseguenze risultano abbastanza disastrose. Non c’è nulla di sbagliato nell’amicizia, a volte potrebbe trasformarsi in un matrimonio, ma il più delle volte è meglio rimanere solo amici. Per l’Europa è proprio questo il caso.

Partiamo dagli anni novanta: lo SME era il precursore dell’euro, con tassi di cambio abbastanza fissi. Questa situazione rapidamente iniziò a creare un pesante deficit della bilancia commerciale in Italia, e il deflusso di denaro fu affrontato esattamente con gli stessi strumenti sbagliati che stiamo usando oggi: un forte aumento delle tasse, un aumento dei tassi di interesse fino al 18% e la stessa retorica che sentiamo oggi circa il disastro di un’uscita dallo SME. Come forse ricorderete, dopo aver esaurito tutte le riserve di valuta estera, alla fine l’Italia fu costretta ad abbandonare lo SME e la lira svalutò di circa il 20%.

Come potete vedere in questa tabella, l’effetto sulla bilancia commerciale fu quasi immediato e aprì la strada all’ultimo “miracolo italiano” degli anni ’90, cioè l’ultimo periodo di crescita che si può ricordare in Italia.

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Da notare la bilancia commerciale dei paesi dell’Eurozona: l’Italia in surplus, la Germania in deficit. Un altro mondo davvero. Si consideri che il debito pubblico italiano non era diverso da quello di oggi, ma ciò non era una preoccupazione. Lo shock si rifletteva sul tasso di cambio, nessuno pensava di vendere titoli di Stato sotto la parità. Si noti anche che la maggior parte delle terribili conseguenze previste per un’uscita dallo SME dagli stessi nomi (uno tra tutti lo stesso Mario Monti) che ora mettono in guardia circa il destino di uscita dall’euro (crollo bancario, iperinflazione, impossibilità di acquistare petrolio e materie di base) non si verificarono neanche lontanamente. L’inflazione scese pure dello 0,5% rispetto all’anno precedente.

Poi arrivò l’euro e l’Italia fu attirata con successo nella stessa trappola. Dopo aver bloccato nuovamente il naturale strumento di equilibrio rappresentato dal tasso di cambio fluttuante, il fantasma del deficit commerciale ritornò con potenza moltiplicata e questa volta su tutta l’Europa.

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Credo che questa tabella non abbia

bisogno di alcun commento. Si potrebbe scavare in profondità nelle ragioni del boom della Germania. Risulta abbastanza evidente che si tratti del risultato di un’aggressiva compressione salariale che ha ampliato il gap competitivo con la periferia dell’euro, i cui deficit venivano investiti con un enorme flusso di capitale dal nucleo dell’Europa nei Paesi ormai “senza rischio di cambio”. L’arrivo dei flussi di capitali ha spinto in alto l’inflazione, allargando ancora di più il divario di competitività, e alimentando un aumento del debito privato fuori controllo, che ha finito per schiacciare la maggior parte dei paesi della periferia dell’euro. Guardate il seguente grafico: dal 1999 al 2007 la variazione del debito privato è in rosso e quella del debito pubblico in blu, e questo è quanto per un altro dei miti di questa crisi: quello che dice che “la colpa è del debito pubblico”.

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Cos’è andato storto? Nulla di strano, in realtà un risultato diverso sarebbe stato alquanto improbabile visto che l’Eurozona violava apertamente i più basilari requisiti per un’Area Valutaria Ottimale, e alla fine l’Euro non si è rivelato altro che la solita trappola dell’aggancio valutario per i paesi deboli, portando al classico ciclo di Frenkel. L’aumento delle imposte in un paese già martoriato dalle tasse come l’Italia ha schiacciato l’economia, e il gettito aggiuntivo è finito ai creditori dell’Europa del Nord attraverso il fondo salva stati e i prestiti alla Grecia e agli altri paesi della periferia. L’Italia aveva un’esposizione praticamente nulla verso il debito dei paesi periferici.

È possibile comprendere la pericolosità della situazione solo se pensiamo che in una situazione normale uno shock in un paese determina un calo della sua moneta, quindi un aiuto per la sua economia. Nell’Eurozona siamo stati in grado di costruire il mostro di un sistema capace di peggiorare le condizioni di una zona sotto shock, aumentando il costo del suo indebitamento.

Soluzioni?

Ora passiamo alle soluzioni e vediamo perché l’opzione “più Europa” viene negata dall’esempio dell’Italia.

Quasi tutti sono d’accordo nel dire che ci sono solo tre vie d’uscita da questa situazione: una rottura dell’euro; una rapida deflazione tramite taglio dei salari nella periferia (possibilmente accompagnata da un aumento dei prezzi in Germania) e il mantra “più Europa”. Da Krugman in giù vi è un consenso qualificato sul fatto che una deflazione non sarebbe realistica, socialmente ma anche economicamente, a causa del peggioramento del debito se il PIL dovesse crollare ancora. Quindi diamo uno sguardo a ciò che l’esempio dell’Italia ci potrebbe dire circa la forzata integrazione di diverse aree economiche.

Il caso dell’Italia

L’Italia è un caso di studio estremamente interessante sul tema dell’integrazione, perché comprende aree estremamente diverse in termini di potenza economica. Possiamo dire che la moneta unica, la “Lira” ha unificato un Nord Italia Tedesco, un Centro Francese e un Meridione Greco, con il vantaggio di una lingua comune. Ma come è stato raggiunto l’equilibrio? Nel solo modo possibile in un’area valutaria non ottimale, ossia attraverso importanti trasferimenti fiscali interni. Ciò significa che per poter replicare il “modello italiano”, la Germania dovrebbe pagare per gli altri nello stesso modo in cui il Nord Italia paga per il resto del paese, ma anche se questa situazione fosse politicamente gestibile (e io non credo che lo sia), non sarebbe affatto desiderabile, ed esattamente per quello che è andato storto in Italia.

Per rendere l’idea: immaginate che la forza economica e industriale del Nord Italia sia “10” e che lo stesso valore debba essere dato ad un’ipotetica valuta del Nord, mentre il valore per il Sud è di “2”. La valuta “Lira” sarebbe scambiata ad una media delle due aree, per esempio “6”. Il risultato è che il Nord ottiene una valuta più debole rispetto alla sua forza, mentre il Sud ne avrebbe una più forte. Le industrie del nord diventerebbero così molto competitive ed esporterebbero con successo sul mercato mondiale e anche su quello interno, mentre in poco tempo le fabbriche del Sud chiuderebbero e rimarrebbero in vita solo i settori al riparo dalla competizione (turismo, cibo di qualità), non abbastanza per essere autosufficienti. Ben presto è risultato evidente che la situazione del Sud era insostenibile e che i programmi per “rilanciare” l’economia del sud drenavano soldi dal Nord, portandosi via la maggior parte del suo surplus commerciale. La pressione fiscale è iniziata a salire rapidamente e progressivamente, puntando a colpire le industrie di successo del Nord e a raccogliere risorse per finanziare le necessità di un Sud nella miseria, e così è stato ripristinato l’equilibrio.

Vedete il ciclo? Il Nord è competitivo grazie ad una valuta più debole, accumula profitti extra e questi profitti vengono drenati per pagare un Sud, la cui crescita è resa impossibile da una moneta troppo forte. Posso immaginare che molte industrie tedesche vedano solo il lato competitivo delle industrie del Nord Italia, non sapendo che dall’altra parte sono gravate da un carico di tasse e limitazione, senza alcun aiuto dallo Stato, senza infrastrutture decenti, perché la maggior parte del denaro viene prosciugato per risolvere lo squilibrio.

Cosa è successo al denaro inviato al Sud? Sono stati effettuati vari tentativi di creare industrie, con pesanti incentivi ad avviare attività commerciali, ma se non vi è alcun “reale” interesse economico nel mantenere un impianto aperto e l’unica ragione per farlo sono i finanziamenti pubblici, il risultato è che non viene fatto alcun investimento serio, perché il flusso di denaro che arriva dallo Stato potrebbe finire in qualsiasi momento, in quanto è fissato di anno in anno con la legge di bilancio.

In molti casi la risposta è stata semplicemente quella di creare lavoro dal nulla, con un numero sproporzionato di dipendenti pubblici. Molti analisti fanno notare situazioni ridicole, come il fatto che a quanto pare in una piccola regione come la Calabria ci siano più guardie forestali che nell’intero Canada. Lo Stato ben presto diventa il principale datore di lavoro del Sud. La sgradita conseguenza di avere un flusso costante di denaro con lo stato del Nord come intermediario allo stato del Sud, è la creazione di una rete di corruzione di politici e manager pubblici che mirano ad ottenere profitti dall’immenso potere di decidere l’allocazione delle risorse. Lo scambio di “voti per lavoro” si è radicato rapidamente nella cultura del Sud Italia nel momento in cui è diventato chiaro che non vi era più alcuna realistica possibilità di competere in attività economiche “normali”.

Conclusioni

Risulta anche abbastanza inutile dire che anche questo difettoso equilibrio sia stato distrutto con l’Euro. Una volta che l’intero paese ha ricevuto la stessa moneta forza “10” del resto d’Europa, la competitività delle industrie del Nord Italia è immediatamente crollata. Naturalmente se per un’economia del Sud a forza “2” la difficoltà a raggiungere la Lira a forza “6” era quasi insormontabile, la difficoltà ulteriore a raggiungere un Euro a forza “10” ha definitivamente cancellato ogni minima speranza di successo.

Dovrebbe perciò essere chiaro che diventare una grande economia italiana non è cosa conveniente per l’Europa, né per chi dovrebbe pagare, né per chi sarebbe costretto a ricevere gli aiuti. Una “meridionalizzazione” dell’Europa è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno: è inefficiente, apre la strada alla corruzione e fomenta l’odio tra i popoli, i quali vedranno solo il loro denaro portato via senza poterne capire il perché. L’unica via di uscita realistica sarebbe quella di stabilire delle aree valutarie conformate in modo migliore, dove le economie siano libere di salire o scendere in base alle loro forze, e non per un sistema dirigistico di trasferimenti interni. Dividere l’area Euro in due potrebbe essere il primo passo verso una più profonda e futura amicizia tra gli Europei, senza cadere nell’abisso dell’odio che spesso si crea nei matrimonio mal concepiti.

Traduzione italiana a cura di Erika Di Dio. Fonte: Manifesto di Solidarietà Europea

 



Categorie:Economia, Politica

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