2013: le cause della rivoluzione mondiale

The Economist: nel 2013 la rivoluzione nasce dai social network? The March of Protest

di Federica Agostini – 29 Jun 2013

Fonte e Link: http://www.forexinfo.it/

The Economist: The March of Protest

marchofUn volto comune compare nelle tante proteste che questa settimana sono scoppiate nelle città di tre continenti diversi: una maschera di Guy Fawkes dal sorriso beffardo e con baffi perfetti. La maschera appartiene a “V” il personaggio del romanzo a fumetti degli anni ’80 (poi film) “V per Vendetta”, divenuta il simbolo di un gruppo di hacker informatici conosciuti in tutto il mondo come Anonymous. Il disprezzo di V per il governo, risuona oggi in tutto il mondo.

Le proteste hanno tutte origini differenti. In Brasile, le persone sono insorte contro le tariffe degli autobus, in Turchia contro un progetto edilizio. Gli indonesiani si sono opposti all’aumento dei prezzi del carburante, in Bulgaria la rabbia si è manifestata contro il sistema clientelare del governo. Nella zona Euro si marcia contro l’austerità. La primavera Araba è diventata una protesta permanente contro praticamente qualsiasi cosa. Ogni dimostrazione di rabbia è rabbia a sé.

Eppure, proprio come nel 1848, nel 1968 e poi nel 1989 quando le persone scoprono di avere una voce collettiva, le manifestazioni si scoprono molto simili tra loro. Nelle ultime due settimane, in un paese dopo l’altro, il numero dei manifestanti è cresciuto a velocità sconcertante. Manifestazioni più attive nelle democrazie che nelle dittature. Sono cittadini comuni, della classe media, nessuna lobby con richieste specifiche. Un mix di euforia e rabbia condanna la corruzione, l’inefficienza e l’arroganza della classe dirigente in carica.

Nessuno può dire se e come il 2013 cambierà il mondo. Nel 1989, “l’impero” dell’Unione Sovietica vacillò e cadde. Ma la convinzione di Marx che il 1848 fosse la prima ondata di una rivoluzione proletaria è stata confusa da decenni di fiorente capitalismo e il 1968, sentito così radicale al tempo, cambiò più il sesso che non la politica. Ma già adesso, il significato intrinseco del 2013 è distinguibile e per la classe politica che vuole continuare a spacciare la stessa, vecchia storia, le notizie non sono affatto positive.

Prima online, poi per strada

Il ritmo delle proteste è accelerato dalla tecnologia. La faccia di V compare tanto a São Paulo quanto ad Istanbul perché le proteste viaggiano sui social network che diffondono l’informazione, promuovono l’emulazione e rendono alcune cause particolarmente “condivise”. Ognuno con uno smartphone può diffondere una storia, pur non essendo necessariamente vera. Quando la polizia ha aperto il fuoco sull’accampamento di Gezi Park a Istanbul, il 31 maggio, l’evento è apparso immediatamente su Twitter. Quando i turchi scesero in piazza ad esprimere la loro indignazione, la rabbia è stata alimentata dalle storie dei manifestanti morti a causa dei maltrattamenti della polizia. Anche se poi quelle prime storie si sono rivelate false, la “cosa” era già diventata popolare tra i dimostranti.

Non sono più i sindacati o le elite ad organizzare le proteste, come accadeva una volta. Alcune di queste sono iniziate da piccoli gruppi di persone, come quello che protestava contro l’aumento delle tariffe in Brasile. Ma le notizie circolano così in fretta che non c’è bisogno di un’organizzazione.

È la spontaneità a dare alle proteste un inebriante senso di possibilità. Tuttavia, inevitabilmente l’assenza di un’organizzazione offusca talvolta l’ordine del giorno, l’obiettivo. In Brasile, la protesta contro l’aumento delle tariffe degli autobus è diventata una condanna per tutto: dalla corruzione alla mancanza di servizi pubblici. In Bulgaria, il governo ha ceduto alle richieste della folla che chiedevano le dimissioni del nuovo capo della sicurezza. Ma a quel punto la folla aveva già smesso di ascoltare.

Tanta rapidità fa sì che l’attivismo possa svanire in fretta. È accaduto nel caso dei manifestanti Occupy, accampati nelle città occidentali nel 2011. Tuttavia, questa volta le proteste si accompagnano ad un profondo malcontento. L’Egitto soffre il fallimento del governo su ogni piano: la protesta è diventata un sostituto dell’opposizione.

In Europa, la lotta si configura come lotta allo stato. Ogni volta che i tagli raggiungono un nuovo target, come nel caso dell’emittente radiotelevisiva in Grecia, si innesca una nuova protesta. A volte, come è capitato nel caso delle rivolte degli immigrati in Svezia durante il mese di maggio, o dei giovani britannici nel 2011, sono intere fasce sociali a sentirsi escluse dalla prosperità che le circonda. Dei paesi OCSE, la Svezia ha il più elevato tasso di disoccupazione giovanile in relazione al tasso di disoccupazione. Sono troppi i giovani britannici con un tasso di istruzione scarso e poche prospettive future.

Nelle economie emergenti, la crescita reale così rapida ha aumentato le aspettative dei cittadini per un miglioramento del tenore di vita. Tale prosperità ha ben funzionato con i servizi e, in una società poco equa come quella del Brasile, ha assottigliato il divario tra poveri e ricchi. Ma oggi è sotto minaccia. La crescita economica in Brasile ha subito un rallentamento dal 2010 ad oggi, con il Pil che è passato dal 7.5% allo 0.9% lo scorso anno. In indonesia, il Pil è ancora al di sotto dei 5.000 dollari pro capite e le famiglie normali si sentono schiacciate dalla perdita dei sussidi sul carburante.

Problemi a Pechino e a Bruxelles

Come si concluderà quest’anno di proteste? Guardando il lato oscuro si potrebbe dire che la democrazia sia diventata più difficile: ripartire le risorse in piccoli gruppi di interesse è dura, specie se milioni di persone possono riversarsi nelle strade nel giro di pochi giorni. Ciò implica che l’estate della zona Euro sarà sicuramente più calda. Sino ad oggi, i politici del vecchio continente se la sono cavata, ma l’instabilità sociale raddoppia quando la spesa pubblica scende sotto al 5% del Pil. Ad un certo punto, i leader Europei dovranno arginare il cronico eccesso di spesa e fare fronte alla debolezza istituzionale dell’Euro, a quel punto i disordini mancheranno di certo.

Fortunatamente, le democrazie si adattano facilmente. Quando i politici accettano l’idea che le persone si aspettano qualcosa di meglio, e per questo votano, le cose possono cambiare.

Forse i governi democratici invidiano la capacità di placare le proteste che invece caratterizza le dittature. La Cina è riuscita ad impedire che le proteste locali si trasformassero in movimenti nazionali. L’Arabia Saudita ha corrotto i dissidenti affinché si placassero. La Russia li ha oppressi a suon di carcere e sanzioni. Ma nel lungo periodo, gli autocrati pagheranno un prezzo assai più caro. Utilizzare la forza per sgomberare le strade può indebolire notevolmente i governi; alle dittature mancano le istituzioni attraverso le quali incanalare la rabbia dei manifestanti. Guardando alle rivolte del 2013, i leader a Pechino, Mosca e Riad dovrebbero sentirsi estremamente precari.

IL NOSTRO COMMENTO: Un gran bell’ articolo!

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Categorie:Banchieri, Cronaca e Attualità, Politica

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