Disoccupazione: Italia vs Germania. I dati di uno scontro senza fine

Disoccupazione: Italia vs Germania. I dati di uno scontro senza fine

di | 31 Ottobre 2013 – 17:10

La disoccupazione tedesca diminuisce, quella italiana aumenta. Come mai? In Germania, si dice, è tutto merito delle riforme Hartz. Il prezzo, però, è una maggiore insicurezza sul posto di lavoro.

Italia vs Germania. Uno scontro che dura da anni, non solo sul campo di calcio. Le performance economiche dei due paesi sono spesso messe a confronto e paragonate. Per i teutonici l’Italia è il paese della cuccagna, dove lo Stato spende e spande a destra e sinistra. Per il Belpaese, al contrario, la Germania è la terra della precisione e del rigore, dove le finanze pubbliche sono in ordine e dove niente è lasciato al caso.

Cosa dicono i risultati?

Purtroppo (per noi) il luogo comune vuole che il modello da prendere ad esempio sia la Germania.
Sicuramente alcuni risultati statistici parlano di un Paese che, complessivamente, è messo meglio dell’Italia. Sopratutto per quanto riguarda i dati sulla disoccupazione:

Il grafico qui sopra (dati FMI) mette a confronto i dati sul tasso di disoccupazione dei due paesi. Possiamo notare come a partire dal 2005 in Germania vi è una netta inversione di tendenza: in quell’anno, infatti, il tasso di disoccupazione arresta la sua fase ascendente (raggiungendo il massimo assoluto della serie, circa l’11,2%) per proseguire lungo un sentiero decrescente, fino a raggiungere nel 2013 (dati stimati) il 5,5%.

Per l’Italia, viceversa, il tasso di disoccupazione inverte la fase discendente nel 2007 (minimo assoluto della serie, circa il 6,1%) per arrivare al 2013 (è di oggi l’uscita dei dati mensili che parlano di un drammatico 12,5%).

Il tasso di disoccupazione complessivo per l’area euro mostra che per la regione il tasso medio di disoccupazione è pari (dati mensili odierni dell’Eurostat) al 12,2%.

Perchè tutta questa differenza?

L’Italia, dunque, si ritrova a dover tristemente registrare un tasso di disoccupazione mensile (quello annuale previsto per il 2013 è pari al 12,5%) superiore, seppur di poco, alla media europea. A cosa attribuire questa differenza tra i due paesi per quanto riguarda il mercato del lavoro?

A parere di molti, con le riforme Hartz implementate dal governo socialdemocratico di Gerhard Schröder (l’utima tranche applicata nel 2005), il mercato del lavoro tedesco è profondamente cambiato: i lavori a tempo pieno e indeterminato hanno lasciato via via il posto a forme di impiego precarie e sottopagate, integrate dall’assistenza pubblica.

Vi può essere stato quindi, senza dubbio, un aumento del numero di occupati: il vantaggio di maggiori posti di lavoro creati, tuttavia, è da controbilanciare alla maggiore flessibilità (in uscita) che proprio i nuovi occupati (nuovi in relazione al cambiamento della contrattazione) sono costretti a subire. Le forme contrattuali oramai prevalenti in Germania sono piuttosto simili a quelle varate dall’Italia col pacchetto Treu del ’97. Con una domanda estera e interna in netto calo, la flessibilità in uscita non va di certo a favore di chi perde il posto di lavoro. E infatti i dati sulla variazione mensile del numero di disoccupati tedeschi parlano di un trend crescente da Giugno a Ottobre di quest’anno: circa 25 mila disoccupati in più nel periodo considerato, come mostra il grafico qui sotto

Cosa è successo alle retribuzioni?

Se andiamo a confrontare i dati sui salari reali (dati Ameco), notiamo anche qui un’inversione di tendenza sorprendente:

I salari reali tedeschi, in netta caduta libera dal 2000 al 2005 (in contrasto con quanto avvenuto in Italia, dove si è assistito ad una modesta crescita delle retribuzioni reali), cominciano a far registrare una decisa inversione di tendenza proprio a partire dal 2005, anno di implementazione dell’ultima e più importante tranche della Riforma Hartz, con il 2008 data di inizio di una crescita positiva (sebbene non particolarmente consistente) fino a i giorni nostri (0,75%, possiamo tranquillamente parlare di stagnazione).

In Italia abbiamo invece assistito ad un netto declino della crescita dei salari reali a partire (c’era da aspettarselo) dall’inizio della crisi (2008) fino a raggiungere valori negativi a partire dalla fine del 2010 circa (-1,53% tra il 2010 e il 2011).

Il compromesso tra lavoratori e imprese

Fonti esterne all’economia tedesca hanno parlato di un vero e proprio compromesso tra i sindacati e le associazioni imprenditoriali all’atto dell’approvazione delle riforme Hartz: in cambio di maggiore flessibilità in uscita (con ciò venendo particolarmente incontro alle esigenze occupazionali di natura ciclica delle imprese), ai sindacati è stata concessa, quanto meno, la difesa del potere d’acquisto dei salari.

Una sorta di sostegno (o quanto meno un ammortizzatore) per la domanda interna, allo scopo di controbilanciare le maggiori possibilità di licenziamento da parte delle imprese in fasi cicliche negative (recessioni).

Proprio nel 2011, infatti, con l’accordo-pilota concluso con la controparte imprenditoriale (Gesamtmetall), la IgMetall, cioè il sindacato dei metalmeccanici tedeschi ritenuto la più forte centrale operaia del mondo, ha ottenuto aumenti retributivi del 3,8 per cento a partire dal primo dicembre, con validità fino al febbraio 2013. Questo come altri accordi, in piena conformità all’indirizzo strategico della politica di concertazione tra imprenditori e sindacati tedeschi in atto a partire dal secondo dopoguerra, avrebbero permesso una, seppur lieve, difesa della domanda interna.

Inoltre, la possibilità per i sindacati tedeschi di poter alzare un muro contro le erosioni salariali provocate dall’inflazione (non particolarmente elevata: i dati dell’indice dei prezzi al consumo di questo mese parlano di una diminuzione dello 0,2%), avrebbe consentito di poter beneficiare di quel minimo potere contrattuale che permette di non riempire ulteriormente il bacino dell’esercito industriale di riserva, come lo chiamerebbe un economista il cui nome è oramai un tabù, con margini per una difesa dei posti di lavoro e, perchè no, per un loro aumento.

In Italia, invece, abbiamo assistito esclusivamente ad una maggiore flessibilità in uscita, senza alcuna difesa del potere d’acquisto, o senza alcun tipo di risoluzione che, in una certa misura, mettesse più o meno d’accordo entrambe le parti.
Sia ben chiaro, non riteniamo che la flessibilità del mercato del lavoro sia un fattore di stimolo per l’occupazione, anzi: nel breve come nel lungo andare, è stato dimostrato che porta ad ottenere l’effetto esattamente contrario.

In Germania, però, almeno i sindacati vengono ascoltati (forse).



Categorie:Economia, Politica

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: