L’Italia uscirà dall’euro? Pro e contro

L’Italia uscirà dall’euro? Pro e contro

 di Michele Ciccone | 20 Novembre 2013

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 Il mondo politico, accademico e giornalistico si divide in due filoni principali: uscire dall’euro e restare nella moneta unica. Chi ha ragione? In questo articolo cerchiamo di discutere brevemente i pro e i contro dell’abbandono della moneta unica.

Il dibattito su quotidiani web e cartacei si divide, fondamentalmente, in due tronconi principali: da una parte i sostenitori di un’uscita dell’italia dall’Euro, a seguito delle deludenti performance del nostro paese nei primi tredici anni di moneta unica; dall’altro i fautori dell’idea “uscire dalla moneta unica sarebbe catastrofico”, con conseguenti immediate fughe di capitali, caduta degli investimenti esteri, inflazione e ulteriore perdita di competitività: in poche parole, lo sfacelo totale.

E’ interessante allora andare a guardare quali possono essere i pro e i contro di un’uscita dell’Italia dall’euro dal nostro angolo visuale, quello che abbiamo avuto modo di far emergere negli articoli Cosa succederebbe se ci fosse un ritorno alla Lira? e Ritorno alla Lira nel 2014: ecco perchè non accadrà. Vogliamo di conseguenza discostarci da chi crede che l’uscita dell’Italia dall’Euro abbia quale primario vantaggio quello di riacquistare competitività, e da chi crede che l’uscita sia attuabile nell’immediato futuro.

I pro di un’uscita dall’Euro

Andiamo ad elencare i vantaggi di una possibile uscita dall’euro per l’Italia discussi da molti economisti, politici, giornalisti e società civile:

  • l’uscita dell’Italia dalla moneta unica garantirebbe al nostro paese la possibilità di effettuare misure quali le svalutazioni competitive, permettendoci di riacquistare competitività sui mercati internazionali;
  • vi sarebbe la possibilità di indirizzare autonomamente la politica fiscale, liberandoci dai vincoli alla spesa in deficit e all’ammontare di debito pubblico imposti dal Trattato di Maastricht
  • la politica monetaria potrebbe essere direttamente al servizio dello stato tramite il riacquisito ruolo di prestatore di ultima istanza; la banca centrale nazionale verrebbe quindi nuovamente reinglobata all’interno del settore pubblico, con la possibilità di emettere la nuova moneta per scopi rientranti nella sfera dell’interesse collettivo

Vantaggio delle svalutazioni competitive?

Per quanto riguarda il primo punto, abbiamo già espresso le nostre perplessità su questa visione. Se l’uscita dall’euro viene vista alla luce della possibilità di riacquistare competitività, allora noi diciamo che non c’è bisogno di abbandonare la moneta unica. L’andamento dei conti con l’estero dell’Italia, come mostra il grafico qui sotto, fa osservare che tra gli inizi del 2008 e la fine del 2010, il saldo tra esportazioni e importazioni è stato, in media, grosso modo in pareggio.

In più, se si osserva l’orizzonte temporale compreso tra il 2009 e il 2013, si vede come le esportazioni abbiano sperimentato un trend crescente, mentre le importazioni hanno cominciato a diminuire solo a partire dal 2011. Nel complesso, le esportazioni sono aumentate in misura maggiore rispetto alla diminuzione delle importazioni, con il surplus commerciale che è stimato per il 2013 pari a 60 miliardi di euro (dati Ameco).

Concentrarsi sulla domanda interna

E’ allora davvero cosi necessario essere ancora più competitivi sui mercati internazionali? Non si possono espandere le proprie quote di mercato all’infinito (è bene rammentarlo), poiché contemporaneamente qualche altro paese le sta riducendo: siamo in concorrenza, e necessariamente c’è qualcuno che vince e qualcuno che perde all’interno dei mercati globali.

Inoltre, contro chi sostiene che da sempre l’Italia è un paese votato all’export, vogliamo sottolineare il ruolo assai più rilevante detenuto dalla domanda interna nel nostro paese.

 

Il grafico qui sopra mostra il ruolo preminente che hanno in Italia i consumi privati. La quota sul Pil vede per il 2013 un dato vicino al 61%, in aumento a partire dal 2007 anche in seguito alla progressiva diminuzione del reddito (con il Pil al denominatore, una sua diminuzione comporta un aumento del rapporto tra consumi privati e, appunto, Pil: in genere i consumi sono piuttosto “rigidi” verso il basso, in quanto non diminuiscono nella stessa proporzione in cui diminuisce il reddito).

E’ allora sulla domanda interna che bisogna riflettere se si pensa ad un’uscita dall’Euro.

Il grafico mostra il tasso di crescita annua dei consumi privati. Possiamo notare come esso sia negativo a partire dal 2008, per giungere nel 2012 ad un -4% circa. Negli anni precedenti al 2008 il massimo relativo della serie ha toccato quota 1,3% nel 2006 (sostanzialmente piuttosto modesto). L’andamento degli investimenti è ancora più preoccupante, con un tasso di crescita negativo tra il 2010 e il 2011 pari al -25%.

E’ qui che entrano allora in gioco le decisioni di politica monetaria e fiscale in seguito all’uscita dall’euro. Orientare tali misure i senso espansivo diventerebbe allora compito prioritario della classe politica al governo, in quanto la vera posta in gioco è l’espansione della domanda interna.

I contro di un’uscita dall’euro

  • il ritorno alla valuta nazionale da parte dell’Italia, nell’ipotesi di una svalutazione della nuova moneta rispetto all’euro e alle altre valute potrebbe comportare fughe di capitali, ossia vendita e successivo riacquisto della nuova lira allo scopo di trarre profitti speculativi
  • la svalutazione della nuova lira potrebbe comportare un aumento dei prezzi dei beni importati, un aumento dell’inflazione e, a parità di salari monetari, una diminuzione del potere d’acquisto delle classi medio-basse

Sul primo punto, abbiamo già commentato in Come funzionerebbe un ritorno alla Lira, questo movimento di capitali ha delle implicazioni per il mercato valutario, mentre è difficile immaginare implicazioni serie per gli investimenti in capitale produttivo, più difficili da “smantellare”, in quanto meno liquidi. I nuovi investimenti produttivi, se sorretti e stimolati da una politica fiscale espansiva, possono addirittura beneficiare di un’eventuale uscita dall’Euro. In ogni caso, per evitare le fughe di capitale, che possono avere ulteriori effetti ribassisti sulla nuova lira, si potrebbero prevedere dei blocchi al trasferimento di liquidità.

Per quanto riguarda i rischi della svalutazione sui salari reali, il rischio ci sarebbe, come abbiamo già mostrato nell’articolo Svalutazione e inflazione sono collegate se il potere contrattuale dei lavoratori è più basso rispetto a quello della classe imprenditoriale. E’ evidente che per evitare un simile scenario, dovrebbero essere prese opportune misure da parte della classe politica del nuovo governo.

 



Categorie:Economia, Politica

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