Perché gli studenti italiani non trovano lavoro e quelli europei sì?

 Perché gli studenti italiani non trovano lavoro e quelli europei sì?

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Perché gli studenti italiani conseguono risultati analoghi o migliori nello studio rispetto ai colleghi europei, eppure trovano più difficoltà nel trovare lavoro? Cosa non funziona in Italia?

In questi ultimi anni in cui la crisi ha fatto salire vertiginosamente i tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, si è spesso riflettuto su un vero paradosso della modernità: la generazione di oggi è quella che ha studiato di più, quella più preparata, eppure le difficoltà da affrontare per entrare nel mondo del lavoro sono molteplici.

Regole troppo rigide e facilmente mutevoli, cuneo fiscale, il difficile passaggio dall’università al mondo del lavoro sono i motivi principali che sono stati individuati dall’Economist come cause della disoccupazione giovanile.

In Europa i Paesi in cui il dramma della disoccupazione giovanile è più sentito sono:

  • la Grecia e la Spagna (50%-60%);
  • l’Italia, il Portogallo e Cipro (40%).

Tuttavia i dati Ocse mettono in luce un’altra anomalia: gli studenti italiani pur avendo risultati analoghi o migliori nello studio rispetto ad altri Paesi UE (come Farncia, Svezia e Germania) faticano a trovare lavoro.

Se nel 90% dei casi nei Paesi suddetti i neolaureati under30 vengono assunti entro 6 mesi (ma anche meno) rispetto alla fine degli studi, in Italia, come sappiamo, la situazione è ben diversa. Perché?

Cosa non funziona in Italia?

Quali sono le differenze tra Francia, Svezia, Germania e Italia? Perché se gli studenti italiani sono più bravi faticano a trovare lavoro? Evidentemente ci sono dei problemi strutturali da combattere. Vediamo la situazione che si presenta nei diversi Paesi.

  • Francia. Secondo un’indagine McKinsey in Francia si segnalano sia una certa carenza per quanto riguarda la motivazione e la consapevolezza nella scelta delle facoltà, sia lacune sul fronte skills. Ma allora perché i disoccupati e i NEET raggiungono percentuali, rispettivamente, pari a 25,6% e 12%, mentre in Italia le percentuali sono praticamente doppie (41,6% e 21%)? Perché in Francia funzionano stage e agenzie del lavoro, lo dicono i numeri. Le possibilità di assunzione dopo uno stage in Francia sono triple rispetto a quanto avviene in Italia, così come in Francia le agenzie del lavoro sono efficienti e garantiscono un’assistenza concreta al candidato: il 60% dei diplomati e neolaureati francesi ha trovato aiuto nella stesura di un cv, il 53% per la preparazione dei colloqui, con una soddisfazione pari al 78% e 83% dei casi. Cosa succede in Italia? I Centri di Impiego non hanno alcun ruolo, per essi passa solo l’1% delle assunzioni;
  • Svezia. Sempre secondo McKinsey gli studenti svedesi sono tra i meno motivati d’Europa, ma funziona il sistema di welfare con rette gratis, incentivi, prestiti a tasso zero, migliaia di borse di studio (concesse su selezione). Così studiare diventa più semplice, anche perché in Svezia vige il giusto binomio: più studi, più opportunità hai di trovare lavoro. L’89% delle persone con lauree, diplomi o almeno una certificazione (titolo di educazione terziaria) è sotto contratto, contro il 49% di chi si è fermato prima. Percentuali che in Italia sono, rispettivamente, del 74% e 44%;
  • Germania. La disoccupazione qui non ha causato gli stessi danni che negli altri Paesi UE: il tasso di disoccupazione giovanile è dell’8,5% e i laureati che trovano lavoro entro 6 mesi dalla laurea sono l’89% (9 su 10). Anche qui non brilla la motivazione: il 12% degli apprendisti non termina il periodo di formazione e il 30% degli universitari lasciano l’università prima della laurea. Tuttavia ciò che funziona è il cosiddetto “dual education system” (introdotto nel 1969), che garantisce l’alternanza scuola-lavoro. Le formule di apprendistato sono più di 300 (con una retribuzione di circa 650 euro) e viaggiano verso l’assunzione a tempo indeterminato;
  • Italia. Le competenze degli studenti italiani sono richiesti all’estero, ma non nel Belpaese. Risultato? Fuga dei cervelli. Cosa c’è che non va in Italia? In sostanza 3 cose: 1) divario tra teoria e competenze richieste dal mercato (sempre secondo McKinsey nel 2012 sono rimaste vacanti oltre 65.000 posizioni per profili under 30 a causa di questa ragione); 2) l’alternanza scuola-lavoro è inesistente, gli stage sono sottopagati e ininfluenti sul percorso futuro del candidato; 3) internazionalità, sia nella conoscenza delle lingue (l’Italia per l’inglese è tra i Paesi con più “basso livello di competenza”), sia per quanto riguarda una formazione accademica e lavorativa di respiro internazionale.

Un’indagine condotta da Demopolis tra il 17 e 18 febbraio 2014, per il programma Otto e Mezzo (LA7), su un campione di 1.004 intervistati (maggiorenni) mostra che il 73% degli italiani vorrebbe che Renzi si occupasse della priorità lavoro (ma solo il 16% crede che avverrà effettivamente una ripresa in tal senso).

Saprà il nuovo Premier risolvere questi problemi che affliggono il mercato del lavoro e far ripartire la crescita, abbassando le soglie della disoccupazione?

Soprattutto, sarà così risoluto e incisivo come aveva promesso dopo la vittoria per la segreteria del PD o il profumo del potere macchierà di demagogia anche il Rottamatore?

IL NOSTRO COMMENTO: Io aggiungerei un altro fattore importante: la cattiva retribuzione nella mirabolante  ipotesi che riescano a trovare lavoro in Italia. Tutto il resto è poesia …..Renzi compreso.



Categorie:Politica

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